Mara SelviniMara Selviniformazione terapia e ricerca

Approccio sistemico interculturale: seminario con Ivy Daure
La recensione di Diego Barbisan del Seminario di sabato 17 gennaio 2026

Approccio sistemico interculturale: un approccio clinico per sostenere i migranti e le loro famiglie

SEMINARIO IN PILLOLE

La Professoressa Ivy Daure ci ha portato frammenti della vita di persone venute in Europa da altrove.

Tra le istantanee quella in cui una collana di pietruzze, legata all’altezza dell’ombelico di una bambina africana, è diventata un problema per l’asilo francese. Ciò che fuoriesce dal pannolino e che i bambini riescono a spargersi ovunque sporcava anche la collanina, le maestre erano inquiete per la difficoltà a garantire una sufficiente igiene con quel monile posizionato lì. Interessandosi a come mai la mamma lo volesse lasciare dov’era, si è ricostruito che quella collanina era partita dalla sua terra d’origine, era composta da pietre che lì proteggono i bambini ed il lungo viaggio l’ha compiuto trasportata dalle mani di vari parenti.

Una giovane donna sudamericana ha sposato un europeo con cui ha avuto un solo figlio, lui non ne vuole altri perché molto più avanti negli anni. Per questo bambino arriva il tempo della scuola e dei compiti per casa, laureata nel suo paese d’origine la mamma l’aiuta, ma poi in classe la maestra rileva che ci sono degli errori e il piccolo rimane per ore paralizzato dalla vergogna.

La protezione e l’appartenenza garantite dalla collanina, la necessità di essere fedeli a due mondi spesso contrastanti che hanno gli immigrati di seconda generazione come quel piccolo scolaro, sono due tra i tanti temi di cui la Daure ci ha parlato, ma sarebbe più giusto dire mostrato, visto che il suo linguaggio procedeva per immagini.

Così la valigia di chi lascia la propria terra assume la funzione di organo corporeo indispensabile, seppur esterno: infatti, il cibo e gli abiti portati da casa sono l’identità culturale senza la quale l’individuo perde consistenza.

Abbiamo anche saputo che per avvicinarci, per tentare di capire e far sentire compresi gli stranieri che incontriamo nei servizi per l’età evolutiva o nei reparti di maternità non basta l’empatia.

Dobbiamo mettere in conto che ci sono significati che non concepiamo e con cui quindi non abbiamo la possibilità di sintonizzarci emotivamente. Non potendo sapere di tutte le culture da cui giungono i nostri interlocutori stranieri, più che animati di buone intenzioni serve pensarsi sempre un po' incompetenti: bisognosi di istruzioni da parte di chi vogliamo aiutare, come e ancor più di quanto non sia necessario presso i connazionali.

Allora cercheremo con cura il modo di vedere altrui, le ‘buone ragioni’ di quanto succede. Un modo per renderci un po’ meno alieni, ci ha suggerito la relatrice, può essere il ripensare a quando siamo stati noi stessi dei migranti: fuoriusciti dalla famiglia d’origine, per la fine di una storia d’amore, nel trasloco in un diverso luogo di lavoro, …

A proposito della necessità di canali analogici, meno dipendenti dai codici linguistici più razionali ed etnicamente determinati, la Professoressa ci ha presentato uno strumento da lei creato, le carte Amour Monstre, utili alle coppie intra e trans culturali per riconoscere i vissuti che hanno accompagnato e diretto lo sviluppo delle loro relazioni.

Diego Barbisan